giovedì, marzo 23, 2006

"Provaci ancora, Sam"


Humphrey Bogart: "Le donne sono creature semplici, io non ne ho mai incontrata una che non capisse il significato di una bella sberla sul grugno o di una pallottola calibro 45".
Sam: "Perché tu sei Bogart! Io non potrei picchiare Nancy, non c'è quel tipo di rapporto".
Bogart: "Rapporto? Dove l'hai imparata quella parola, da uno psicanalista di Park Avenue?"
Sam: "Io non sono come te. In Casablanca, quando hai perso la Bergman, non ti sentivi distrutto?"
Bogart: "Tutta roba che passa con un bel whisky and soda".
Sam: "Io non posso bere, il mio organismo non tollera l'alcool!"
Bogart: "Dammi retta amico, lasciale perdere tutte quelle belle parole tipo rapporto...il mondo è pieno di femmine. Tu devi fare soltanto una cosa: un fischio".
Sam: "Ha ragione. Se gli dai un dito ti si pigliano il braccio".

mercoledì, marzo 15, 2006

L'arte del non fare

Oggi non mi sento molto bene. Ad accrescere il malumore della giornata ha contribuito anche quello che sono riuscita a non combinare. Avete letto bene, non combinare. Perché ci vuole anche arte nel non fare. Stamattina, sotto i portici di un palazzo, in una tra le strade più trafficate di questa benedetta città, mi imbatto in una coppia. La prima cosa che noto è che lei ha il cappotto uguale al mio. Nell'evitare lo scontro diretto che faceva tanto "gemelle del destino", così nascoste com'eravamo, entrambe, dai nostri grandi occhiali neri, e così evidenti, con addosso quella specie di tweed nero e azzurro a onde, io devio fuori dai portici. Solo che nel sorpassare lei e lui, tra un pilastro e l'altro, mi accorgo di conoscere lui. Mesi e mesi fa, periodo del film Romanzo Criminale, viaggio andata-ritorno Siracusa-Catania, amabile chiaccherata sia all'andata sia al ritorno, io contenta perché non era la prima volta che lo notavo. E senza metterci daccordo, avevamo beccato lo stesso bus per tornare, e ne parte uno praticamente ogni ora, ci pensate? Solo che io, novella Psiche, non paga che il destino mi avesse aiutato fino a quel punto, al momento di salutarci non faccio cenno all'idea di scambiarci il numero di cellulare. Ma che dico, la mail almeno! Nada! Così ci allontaniamo, entrambi dichiarandoci contenti di aver conosciuto l'altro, e spiegandoci che abitavamo vicino. Ma ci pensate?! Fatto sta che per tutti questi mesi, vicini o non vicini, non l'ho più rivisto, né a Catania, né a Siracusa, né in qualsiasi altro posto. Fino a stamattina. Quando finalmente lo vedo, mi confondo. Prendo tempo e mi fermo, fingendo disinvoltura davanti a una vetrina di scarpe. Peccato fossero quelle per uomo. Lui per un attimo si volta verso di me, ma, perché si ricordava o perché commentava i cappotti uguali? Chi potrà mai saperlo... Io non riesco a tirare su dalla gola un filo di voce. Sì, avete capito bene, non dico nulla. Loro si allontanano. Io attraverso la strada, mi fermo davanti la vetrina di Benetton (almeno in questa c'è una gonna), con un occhio guardo la collezione primavera con l'altro loro che attraversano la strada. Per un attimo mi sfiora il dubbio di raggiungerli, ma poi mi scatta il fatidico pensiero: "Come vorrei, qualche volta, anziché inseguire essere cercata." Giro i tacchi, che non avevo, e torno a casa.

martedì, marzo 07, 2006

Tutto torna, ma Klobas...

L'Italia non è solo, come ci vedono nel resto del pianeta, un paese di simpatici buffoni.
Ha anche delle qualità non trascurabili. Per esempio, la spiccata tendenza a premiare chi fa una cosa molto bene. Non so, chi imita molto bene il verso del piccione vince il Festival di Sanremo, che, piaccia o meno, viene decantato come il grande palcoscenico della musica italiana. Chi ruba così bene da non farsi prendere, va al governo, così può continuare a farlo industurbato con qualche legge ad hoc. Se poi si pensa che in un'intervista riportata su la Repubblica del 28 Febbraio 2006, Povia (l'imitatore del piccione, per chi non sia addentrato in queste amenità), si dichiara abbastanza ignorante, ma grande lettore, soprattutto di Crepet; se si pensa che, alla domanda su chi preferisce tra Berlusconi e Prodi, afferma, con infinito candore, di preferire Berlusconi perché, cito testualmente, "ha un volto più gioviale, diretto, simpatico, ha il sorriso", mentre dall'altra parte "litigano molto", ecco mi sembra proprio che tutto torna: non facciamo altro che generare quello che siamo. E comincio a fare cattivi pensieri sul perché della democrazia, se poi anche Povia può votare, se non era meglio l'oligarchia, o l'epoca dei lumi. Ma mi consolo pensando che, come dice Polibio, le forme di governo si avvicendano perché contengono tutte degli errori, solo che lui vedeva la perfezione nella costituzione romana, e sappiamo tutti com'è finita. Meglio Scipione che piangeva sulle rovine di Cartagine, pensando che presto o tardi sarebbe accaduto anche a Roma. Grosso guaio credersi invincibili.

Mi sembrava strano che in questa mia città, che tante volte è come una donna molto bella e un pò vana (escluso il secolare teatro greco, fortuna che c'è), alcuni attori recitassero la poesia d'amore di Dante, in uno spettacolo dal bel titolo: "Negli occhi porta la mia donna Amore". Così strano che alla fine non sono entrata, il mio portafoglio non consentiva l'ingresso e non esisteva il biglietto ridotto per giovane, o ex-studente o disoccupata. Però chi aveva la pelliccia è entrato, età media over 50. La cultura, è risaputo, non è per tutti. E tutto torna anche qua.

Insomma, per correggere gli effetti dei miei guasti nucleari, come cantava qualcuno, mi dedico una poesia da un libro che mi è piaciuto veramente tanto, Giorni Contati di Lucio Klobas.

Guardiamo le foglie dorate degli alberi

la luce passa dal giallo al bianco

con lievi spinte

a volte piove tutta la giornata

addirittura per settimane

altre volte non succede niente

quando non succede niente siamo felici;

Anna fa piccoli lavoretti

si trasferisce da una stanza all'altra

scende e sale le scale

dell'immensa casa

si porta dietro la cifra preziosa del

suo nome

che mi è sempre più caro;

leggo un libro e sottolineo con la matita

le parti che mi interessano

non ci diciamo una parola nel rispetto

delle rispettive minuscole occupazioni

viviamo dentro episodi irrilevanti

ma fecondi;

Anna però possiede un dono supremo

il più grande che la vita possa offrire:

trasformare il quotidiano in poesia pura

mercoledì, marzo 01, 2006

Questioni di farse

Finalmente è finito. Il carnevale, intendo.

Sì, perché ho impegnato gli ultimi 5 giorni nel tentativo costante, disciplinato, preciso di evitarlo. Ho incrociato le dita per arrivare a festeggiamenti di piazza ormai conclusi, e ci sono riuscita, mi sono garbatamente rifugiata dietro un "quest'anno non mi sento" per scansare un'intera domenica di delirio collettivo, in cui mi sarei trovata a fare trenini avvinghiata a qualche sconosciuto, che se poco poco hai una punta di tristezza nel cuore, con la musica festaiola ad alto volume, la senti dilagare su tutto il tuo corpo, la tristezza. Che poi, chissà perché, il carnevale diventa come un'andata allo stadio, ma della durata di una settimana abbondante, in cui la gente sente che è finalmente giunto il momento di potersela prendere con il prossimo in santa pace, fosse solo a colpi di martelletti, manganelli, schiuma o quant'altro. Tanto è carnevale.

Insomma, ho scansato tanto, ma non tutto. Mi invitano a una festa in villetta. Maschera obbligatoria. Ed eccomi lì ad accettare, così vuole il destino. Ho due ore di tempo, mi invento un vestito. Fantasia poca, ma curo i dettagli, li curo così bene da sentirmi dire: "Il tuo è il vestito originale, vero?". Mi ero vestita da Minnie recuperando un abitino estivo rosso a pois panna (non fate quella faccia, mai comprato un abito rosso a pois?!), l'avevo comprato perché mi metteva allegria e ora capivo il perché. Giunge il momento dello spogliarello maschile, nella vita sono avvocati e quant'altro, nei loro volti noti il compiacimento di aver offerto chissà quale mirabile spettacolo, nel mio la speranza che tutto finisca presto, se sono convinti che l'educazione delle giovani donne avvenga ancora nei conventi, meglio abbandonarli alla loro sorte.
Mi avvicino al tavolo alcolici, cerco di darmi aiuto come posso, ma mi ricordo appena in tempo che sono sotto antibiotico, oggi la sorte mi si accanisce contro, così sprofondo nel divano sperando nella malattia del sonno, ma quando sto per diventare tutt'uno col tessuto, comincia a intrattenermi uno bassino, e io non sono una stangona, che di nome fa Achille e ha un fratello di nome Paride, giuro che non scherzo, e per una neolaureata in lettere, indirizzo classico, questo è troppo. Tornata al tetto natìo, tocco esausta le pareti domestiche e proprio io che amo, come dice qualcuno, non avere casa, solo così mi sento al sicuro di questi tempi. Che poi mi ritrovo a pensare a strane circostanze da quarto incomodo, che non è il ruolo da terzo incomodo, che già ha una sua dignità, che guardare il mondo con gli occhietti grandi è bello, ma non aiuta, e alla signora piccolina e mezz'età che ho visto oggi, la giacca nera con stampata sulla schiena il profilo di una Charlie's Angel sul fianco in atto di sparare, e mi dico che il carnevale sarà pure passato, ma tutte le farse no.

Così va il mondo.