Finalmente è finito. Il carnevale, intendo.
Sì, perché ho impegnato gli ultimi 5 giorni nel tentativo costante, disciplinato, preciso di evitarlo. Ho incrociato le dita per arrivare a festeggiamenti di piazza ormai conclusi, e ci sono riuscita, mi sono garbatamente rifugiata dietro un "quest'anno non mi sento" per scansare un'intera domenica di delirio collettivo, in cui mi sarei trovata a fare trenini avvinghiata a qualche sconosciuto, che se poco poco hai una punta di tristezza nel cuore, con la musica festaiola ad alto volume, la senti dilagare su tutto il tuo corpo, la tristezza. Che poi, chissà perché, il carnevale diventa come un'andata allo stadio, ma della durata di una settimana abbondante, in cui la gente sente che è finalmente giunto il momento di potersela prendere con il prossimo in santa pace, fosse solo a colpi di martelletti, manganelli, schiuma o quant'altro. Tanto è carnevale.
Insomma, ho scansato tanto, ma non tutto. Mi invitano a una festa in villetta. Maschera obbligatoria. Ed eccomi lì ad accettare, così vuole il destino. Ho due ore di tempo, mi invento un vestito. Fantasia poca, ma curo i dettagli, li curo così bene da sentirmi dire: "Il tuo è il vestito originale, vero?". Mi ero vestita da Minnie recuperando un abitino estivo rosso a pois panna (non fate quella faccia, mai comprato un abito rosso a pois?!), l'avevo comprato perché mi metteva allegria e ora capivo il perché. Giunge il momento dello spogliarello maschile, nella vita sono avvocati e quant'altro, nei loro volti noti il compiacimento di aver offerto chissà quale mirabile spettacolo, nel mio la speranza che tutto finisca presto, se sono convinti che l'educazione delle giovani donne avvenga ancora nei conventi, meglio abbandonarli alla loro sorte.
Mi avvicino al tavolo alcolici, cerco di darmi aiuto come posso, ma mi ricordo appena in tempo che sono sotto antibiotico, oggi la sorte mi si accanisce contro, così sprofondo nel divano sperando nella malattia del sonno, ma quando sto per diventare tutt'uno col tessuto, comincia a intrattenermi uno bassino, e io non sono una stangona, che di nome fa Achille e ha un fratello di nome Paride, giuro che non scherzo, e per una neolaureata in lettere, indirizzo
classico, questo è troppo. Tornata al tetto natìo, tocco esausta le pareti domestiche e proprio io che amo, come dice qualcuno, non avere casa, solo così mi sento al sicuro di questi tempi. Che poi mi ritrovo a pensare a strane circostanze da quarto incomodo, che non è il ruolo da terzo incomodo, che già ha una sua dignità, che guardare il mondo con gli occhietti grandi è bello, ma non aiuta, e alla signora piccolina e mezz'età che ho visto oggi, la giacca nera con stampata sulla schiena il profilo di una Charlie's Angel sul fianco in atto di sparare, e mi dico che il carnevale sarà pure passato, ma tutte le farse no.
Così va il mondo.