lunedì, aprile 24, 2006

Appunti di viaggio

Una conversazione.
Su un autobus che, dal quartiere Trieste, doveva portarmi a Roma Termini, mi sono fatta notare perché non riuscivo ad obliterare il biglietto. Così, un signore, maglione nero e capelli bianchi, ha preso a cuore il mio caso e mi ha dato qualche utile suggerimento. Biglietto timbrato, ha cominciato a raccontarmi della sua vita e delle sue idee. Immaginatevi un'intonazione romanesca.
"Ho lavorato con Franco e Ciccio, peccato sono morti troppo presto. Io sono calabrese, il nord l'hanno costruito quelli del sud. Come dice Funari, non c'è miglior popolo dei calabresi. Lei è insegnante, vero?"
Io rispondo che no, ancora non lo ero.
"Uno lo capisce subito che persona ha di fronte, sa, ho lavorato per le scuole, facevo recitazione, ho lavorato a scuola, faccio la fame io, ma a me ci pensa Dio, i preti no, perché i preti sò farabbutti. Lei sta a Roma, stà?"
Mi affretto a dire che sono lì in vacanza.
"No, perché ho pensato che potrei lasciarle il mio indirizzo, se ha bisogno, per stare a Roma, i primi tempi, per lavorare.."
Io gli assicuro che non pensavo di lavorare a Roma, che mi sembrava molto difficile. L'autobus percorre un altro tratto di strada, lui mi fa gli auguri di buona Pasqua e scende.
Il dubbio che mi è rimasto: chissà se ha davvero lavorato con Franco e Ciccio...

Meridionalità.
A S. Pietro abbiamo chiesto a un ragazzo in giacca grigia se ci poteva fare una foto. Risposta: "Scusate, ma stò a lavorà, stò..m'ero tolto el cartellino se no me facevano domande!". Ecco perché, a Roma, ci si sente a casa.

Emozioni varie.
A Castel Sant'Angelo, nel punto in cui si pensa fosse stato seppellito l'imperatore Adriano, se guardate sulla parete in alto, c'è una piccola lastra di marmo, in cui il monarca poeta volge un saluto alla sua anima, cui il corpo aveva dato ospitalità e da cui aveva ricevuto compagnia, mentre ora sarebbe andata a finire in luoghi "palliducci freddi e nudetti (pallidula rigida nudula)". La fragilità delle cose umane è espressa nei toni della filosofia stoica. Inizia così: "Animula vagula blandula...". Insomma, anche lui che fu princeps et imperator, sentiva di parlare alla sua anima come a un' "Animella". Oh, immensa consolatio...!

Avendo solo due ore a disposizione per girare i Musei Vaticani, ho scelto di trascorrerne una interamente nella Cappella Sistina. Vi risparmio la descrizione del groppo alla gola che mi è preso quando mi sono trovata là dentro, che pensavo mi venisse la sindrome di Stendhal da un momento all'altro, e i miei pensieri sul genio di Michelangelo. So solo che l'altra ora mi è passata a raggiungere la Cappella e a tornare verso l'uscita, solo i corridoi avrebbero meritato una visita a parte. E così si capisce quel detto inglese:
Ci vuole l'aiuto dello Spirito Santo per conservare la fede in Vaticano.

mercoledì, aprile 19, 2006

Modì e Antonello da Messina


Se vi dovesse capitare di andare a Roma entro Giugno, ci sono due mostre che non potete assolutamente perdere. Una è quella dedicata a Modigliani.
Hanno una grazia infinita i quadri di Modì. Gli occhi senza iride, i colli smisuratamente allungati, ritratti che perdono la fisionomia reale, ma che sembrano attraversarvi con lo sguardo, mentre li state osservando. E pensare che il suo sogno era fare lo scultore, ma dovette abbandonare l'idea perché soffriva di asma e la polvere di marmo gli irritava i polmoni. Fu sempre un cruccio questo, per lui. Su un pannello bianco c'era scritto:

"La vita è un dono: dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno". Amedeo Modigliani, 1919.


L'altra: Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale. Capisco che potrà sembrarvi eretico accostare le donne e le amanti ritratte da un artista del Novecento, con un quadro a soggetto sacro quale l'Annunciata di Antonello, pittore del Quattrocento. Ma anche qui, gli occhi. Quello che con le mie parole non riuscirò mai a dirvi è come vi guarda questo quadro quando gli siete di fronte. Sarà perché il pittore rivoluzionò il modo di dipingere la scena dell'Annunciazione realizzando un dipinto in cui lo spettatore assumeva il punto di vista dell'angelo, ed è come se la donna si stesse rivolgendo a te, che in quel momento la stai guardando. Sarà perchè il divino non è materialmente presente nella scena: nessuna colomba a sottolinearne la sacralità. Solo la bellissima umanità di una donna, che protende la mano. Quando ero stata a Palazzo Abatellis, a Gennaio, si trovava in mostra a New York. Un'emozione vederla a Roma, come una persona che hai cercato per tanto tempo, e alla fine incontri in un posto dove non ti aspettavi di essere, in un momento in cui non pensavi di incontrarla.

Volo pindarico. Non dimenticherò il racconto de La Grazia di Nabokov mentre lasciavamo la terrazza di Castel Sant'Angelo, con il sole del tardo pomeriggio che riscaldava di luce ogni cosa bella intorno a sé.

mercoledì, aprile 12, 2006

Vittoria e saluti

Vittoria risicata o meno, spero vivamente di non vedere più quell'imbroglione seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio. Che sarà pure vero, da come sono andate queste elezioni, quello che diceva il mio professore del ginnasio: popolo, 3 zeri. Ma il Bel Paese, per quanto si ostini a non volersi elevare più di tanto, non può certo permettersi di trastullarsi ancora nell'emissione di leggi ad personam.
Così, gioisco che la legge elettorale si sia rivoltata contro quelli che l'avevano modificata, dato che erano andati espressamente contro la volontà popolare; che senso ha chiedere agli elettori se preferiscono il maggioritario o il proporzionale, quando poi ci si fa beffe di quella volontà e si cambia il sistema secondo il proprio utile?
Ma noi non abbiamo la stessa tradizione democratica della Francia, non abbiamo lo stesso senso del diritto, e accettiamo passivamente ogni cambiamento, lamentandoci forse, ma pacati, nel triste pensiero che tutto sarà sempre uguale, e ci siamo addossati tante cose, legge Biagi, sistema proporzionale e altro, altro ancora.

E ora buonanotte, ché domattina si parte...

lunedì, aprile 03, 2006

I giorni strani dell'abbastanza

La sindrome dell'abbastanza non è, come banalmente si potrebbe credere, il problema dell'averne abbastanza. Un luogo privilegiato per lo sviluppo di questa condizione dell'animo è la scuola, gli anni del liceo soprattutto. Affrontate un'interrogazione, siete bravi, avete studiato, rispondete bene a tutte le domande, ma, per quanto vi sforziate, non riuscite mai ad eguagliare chi già da tempo è stato decretato come "la punta di diamante" della classe. Magari avete risposto a una domanda in più rispetto a lei/lui. Non importa. Non potete sperare nello stesso voto. Così vi assale un senso profondo di ingiustizia che pare bruciarvi dentro, e comincia a insinuarsi quella dolorosa sensazione di non sentirsi mai abbastanza. Bravi sì, ma non abbastanza. Qualche anno, e quella sensazione fluttuerà verso altri importanti aspetti della vita.

Sono strani i giorni dell'abbastanza.
Sono giorni in cui le amiche mi parlano consapevoli che non le sto ascoltando, un pò misericordiose, per farmi sentire normale anche nella più totale alienazione, un pò incazzate nella speranza che quest'ennesimo ciclo (la sindrome coglie ad ondate momentanee) mi passi presto. Io rispondo ad intervalli di dieci minuti buoni dalla domanda, senza la benché minima consapevolezza di cosa sto dicendo, mentre fisso un punto indefinito noto come "il vuoto".
Sono giorni in cui mi crogiolo nella frase di Eschilo, che il prof di greco era solito dirci, quando lo supplicavamo di risparmiarci almeno la versione di greco: "Màthei pàthos, impara a soffrire".
Strani giorni quelli dell'abbastanza.
Guardo un uomo in bicicletta, sulla ruota posteriore è appesa una borsa nera da cui spuntano tre papaveri rossi. Sembravano curiosi di osservare il mondo, come spuntavano a diverse altezze da quella borsa nera. Custodisco l'immagine gelosamente. In un altro luogo, c'è un tappeto di petali bianchi sotto un muretto, alzo lo sguardo, c'è un mandorlo oltre la ringhiera, è tutto fiorito, che strano vederlo in città, quando riprendo la macchina il parabrezza è tutto ricoperto dai suoi fiori, ma basta poco e volano via, basta poco e ho già perso l'ultimo petalo. Mi aggiro per casa, canticchiando The Blower's Daughter. Vorrei che qualcuno o qualcosa mi traggano in salvo, ma la verità è che non ci credo. Non mi sento abbastanza nemmeno quando ascolto il telegiornale, quanto più atroce è il male nella sua banalità.
Giorni.
I film sul ricordo. Leonard in Memento non capiva perché alla moglie piacesse rileggere lo stesso libro, ma, lo brucia dicendo: "Non mi sono ancora ricordato di dimenticarti". Il protagonista di Eternal sunshine of a spotless mind sa alla precisione che lei, appena comincerà a bere diventerà aggressiva, e questo gli viene in mente quando la pensa nel ricordo. La ama. Così. E il professore di Will Hunting, cosa gli manca della moglie?
Piacciono tanto i film sul ricordo a chi è affetto dalla sindrome, gli fanno sentire che l'imperfezione è profondamente amabile. Che sentirsi in difetto, in fondo, non è necessario.
Hai già imparato da tempo a non tenere il vento tra le dita, non lo capisci? Puoi solo sentirlo spirare tutt'intorno.
I giorni strani dell'abbastanza.