La breve sera di una lacrima
Sono corsa giù per la collina di pelle, rapida, balenante, prima che una mano bloccasse la mia breve vita di cristallo, lasciandomi dietro una scia di trasparenza luminosa, come solo le formiche sanno fare nel loro andirivieni su un pavimento opaco. Nascevo da spilli invisibili, conficcati in profondità, celati sotto una coltre di improrogabili occupazioni, coraggiose finzioni, sorrisi conquistati immolando desideri. Passioni e interessi da dare in pasto al cuore, che plachino la sua fame divorante, prima che ti dilani!
Io venivo da là, ma avevo diritto a esistere per quella sera, ad arrossare gli occhi e inumidire quella guancia appena dorata dal sole; da tempo non sapevo più cos’era, sgorgare sotto un cielo di stelle, sentire il fruscìo dell’aria tiepida di una primavera già estiva, attraversare la piazza di mandorla e fondermi coi suoi bagliori soffusi, mentre il passo si affrettava per sfuggire i sentimenti esibiti, si affrettava, e io sapevo che, se avesse potuto, se avesse potuto, si sarebbe arrestato, quel passo, fin quasi a gattonare, prima un palmo, poi un ginocchio, avanti così, un palmo, un ginocchio, e forse allora, chissà, avrei toccato anche il suolo, quei lastroni chiari con la striscia di ottone degli scavi sepolti. Il suo cammino si sarebbe smarrito sui gradini di pietra, accanto alle colonne doriche dell’antico tempio, e io avrei cessato il mio percorso vivendo mille volte, riflettendo, io, piccola sfera di vetro, tutto il chiarore di pesca delle luci dispiegate intorno. Ma provenivo da solitudini, quelle che assalgono tra la gente, quelle che si aggrappano alla gola mentre scherzi ad un tavolo tra amici, infermabili, irrefrenabili, che inducono ad allontanarsi, a fuggire via, veloce, veloce, veloce! Scaturivo da un pitagorico eterno ritorno, da stancanti ciclicità sempre identiche a sé stesse, da sciocche svalutazioni. Non mi era consentita l’esternazione.
Eppure, non mi sono arresa. Contro la volontà che mi sovrastava, ho scorto i vicoli ombrati delle strade, le vetrine scintillanti di tenui tessuti colorati, l’abbraccio di due fidanzati, ho sentito il sandalo oltrepassare leggero la pozza d’acqua che sempre si forma all’angolo del mercato. Il rombo della macchina messa in moto, la piatta oscurità del mare in via Arsenale, gli alberi ondeggianti della Villa Politi, il rosone della chiesa scoperchiata di San Giovanni, e poi, l’abisso oscuro delle Latomie, con tutto quel verde gettato in profondità, la Gioconda, la bocca chiusa da cifre, in un manifesto, quante cose ho visto, mentre la macchina sembrava non volere trovare un approdo, mentre si fermava per brevi soste, su e giù per la città, senza meta, senza scopi. Rotolando, una mano mi aveva scacciato, io, però, ero rimasta, traccia umida sul viso, e nebbia velata negli occhi grandi, a guardare la vita muoversi e ondeggiare, prima di sperdermi tra le pieghe di carta di un fazzoletto, confusa tra le sottili strisce delle ciglia, che un mascara poco discreto aveva disegnato, e le tracce di matita nera, schizzate a brevi tratti, opera incisa con l’acqua su un foglio improvvisato, io, minuscola artista di una sera.


