martedì, maggio 23, 2006

La breve sera di una lacrima

Sono corsa giù per la collina di pelle, rapida, balenante, prima che una mano bloccasse la mia breve vita di cristallo, lasciandomi dietro una scia di trasparenza luminosa, come solo le formiche sanno fare nel loro andirivieni su un pavimento opaco. Nascevo da spilli invisibili, conficcati in profondità, celati sotto una coltre di improrogabili occupazioni, coraggiose finzioni, sorrisi conquistati immolando desideri. Passioni e interessi da dare in pasto al cuore, che plachino la sua fame divorante, prima che ti dilani!
Io venivo da là, ma avevo diritto a esistere per quella sera, ad arrossare gli occhi e inumidire quella guancia appena dorata dal sole; da tempo non sapevo più cos’era, sgorgare sotto un cielo di stelle, sentire il fruscìo dell’aria tiepida di una primavera già estiva, attraversare la piazza di mandorla e fondermi coi suoi bagliori soffusi, mentre il passo si affrettava per sfuggire i sentimenti esibiti, si affrettava, e io sapevo che, se avesse potuto, se avesse potuto, si sarebbe arrestato, quel passo, fin quasi a gattonare, prima un palmo, poi un ginocchio, avanti così, un palmo, un ginocchio, e forse allora, chissà, avrei toccato anche il suolo, quei lastroni chiari con la striscia di ottone degli scavi sepolti. Il suo cammino si sarebbe smarrito sui gradini di pietra, accanto alle colonne doriche dell’antico tempio, e io avrei cessato il mio percorso vivendo mille volte, riflettendo, io, piccola sfera di vetro, tutto il chiarore di pesca delle luci dispiegate intorno. Ma provenivo da solitudini, quelle che assalgono tra la gente, quelle che si aggrappano alla gola mentre scherzi ad un tavolo tra amici, infermabili, irrefrenabili, che inducono ad allontanarsi, a fuggire via, veloce, veloce, veloce! Scaturivo da un pitagorico eterno ritorno, da stancanti ciclicità sempre identiche a sé stesse, da sciocche svalutazioni. Non mi era consentita l’esternazione.
Eppure, non mi sono arresa. Contro la volontà che mi sovrastava, ho scorto i vicoli ombrati delle strade, le vetrine scintillanti di tenui tessuti colorati, l’abbraccio di due fidanzati, ho sentito il sandalo oltrepassare leggero la pozza d’acqua che sempre si forma all’angolo del mercato. Il rombo della macchina messa in moto, la piatta oscurità del mare in via Arsenale, gli alberi ondeggianti della Villa Politi, il rosone della chiesa scoperchiata di San Giovanni, e poi, l’abisso oscuro delle Latomie, con tutto quel verde gettato in profondità, la Gioconda, la bocca chiusa da cifre, in un manifesto, quante cose ho visto, mentre la macchina sembrava non volere trovare un approdo, mentre si fermava per brevi soste, su e giù per la città, senza meta, senza scopi. Rotolando, una mano mi aveva scacciato, io, però, ero rimasta, traccia umida sul viso, e nebbia velata negli occhi grandi, a guardare la vita muoversi e ondeggiare, prima di sperdermi tra le pieghe di carta di un fazzoletto, confusa tra le sottili strisce delle ciglia, che un mascara poco discreto aveva disegnato, e le tracce di matita nera, schizzate a brevi tratti, opera incisa con l’acqua su un foglio improvvisato, io, minuscola artista di una sera.

mercoledì, maggio 17, 2006

P.S.

Perdonate l'eccessiva logorrea di questi giorni, ma non potete, assolutamente, perdere questo film:


E non solo perché è molto divertente, senza essere fino in fondo una commedia, ma anche perché contiene battute memorabili e illuminanti sulla diversità di pensiero tra uomini e donne (che equivale alla pressoché totale incomprensione delle donne da parte degli uomini), sulla vita e l'amore. Alla figlia che si vuole sposare, Ketty (Susan Sarandon) dice che è ancora troppo giovane e aggiunge: "Pensa alla vita, per l'amore c'è sempre tempo". Che non è poco sul serio. Oppure a una tizia ancora innamorata del marito che, mi pare, era scappato via un bel pò di anni prima, la stessa Ketty dice: "Quello che una donna crede di fare non importa, Grace". Poi c'è la teoria che io ho sempre sostenuto, che il genere maschile guarda all'altro sesso innanzitutto con una certa componente di violenza, più o meno palese, splendidamente enucleata in una battuta di Steve Buscemi. Da vedere e da ascoltare.

martedì, maggio 16, 2006

Compleanno

Domenica notte, nella mia stanza.
Distesa sul letto, sollevo in aria le gambe, dritte dritte, e mi diverto a far passare il cappello di paglia da un piede all'altro, e giocherello a farlo roteare in equilibrio su di un piede. Indugio. Ripenso al giorno prima, al giorno del mio compleanno, penso che se l'avessi preventivato, programmato, pianificato, probabilmente non sarebbe stato tanto memorabile:
sole, e mare, la voce vibrante di una bellissima attrice che scandisce, nel silenzio assorto della cattedrale, la poesia orientale del Cantico, due allegri tequila bum bum e lezioni notturne di iconografia cristiana a una squadra di pallanuotisti.

Il mio compleanno inizia qualche giorno prima di quanto gli spettasse, si avvicina sulle note di un album di Nick Drake, Pink Moon, ma... canta ancora per me Things behind the sun: è la mia preferita.
Il mare è luccicante il 13 Maggio e il sole mi brucia la pelle, i piedi nudi sugli scogli e un cappello di paglia sulla testa, i raggi filtrano dalla filigrana, il vento agita i capelli che ho cercato di raccogliere. Un ricciolo sfugge e cade giù, sulla spalla. Mi scappa la pipì, brrrrrrrr, l’acqua è gelida, c'è qualche piccola onda, pensavo di cavarmela bagnandomi solo le gambe, alla fine ho fatto il primo bagno. Quando esco sono così anestetizzata che non sento nemmeno la brezza fresca del vento. Vola il cappello sugli scogli, corri prima che cada in acqua! Appena in tempo. Eppure sembrava potere stare lì per sempre, poggiato su quelle pietre.
A casa, lo specchio mi rimanda l’immagine di un naso e di guance arrossate. Inavvertitamente, le sorrido.
Doccia, e via di nuovo fuori, c’è Galatea Ranzi che recita il Cantico dei Cantici. Il pianoforte in fondo alla chiesa, e lei in alto, sul pulpito a destra, prima dell’altare, creano come un arco di suono e parole, lei così piccola materializza carisma, mentre intercala al cantico un commento, un commento sulla sacralità del Cantico proprio perché è VUOTO, non c’è Dio, canto d’amore di due amanti, finito nella Bibbia perché qualcuno lo spacciò per opera di Salomone. E per la prima volta ho sentito quella chiesa, il duomo, risuonare di : "…la chiesa non rifiuta la sessualità, accoglie l’amore fisico"; e ho sentito una traduzione del Cantico quale non avevo mai letto, che dava a ogni cosa il suo nome senza falsi pudori, mentre lei scandiva : “Duro come la morte è l’amore”, vedendo nei due amanti che si cercano, si trovano, si perdono per poi cercarsi ancora, quello che sono: un uomo e una donna. Il finale resta aperto, e rimane come l’impressione che i due anonimi protagonisti si stiano ancora cercando, e nutrano, così, il loro amore. E siccome ascoltare la conclusione dell’arcivescovo, dopo tanta elevatezza, avrebbe rovinato la commozione che c’era in tutti noi, abbiamo pensato bene di defilare, e neanche tanto segretamente, visto che eravamo in seconda fila, per poi rientrare solo quando abbiamo sentito l’applauso di fine discorso. Mi sa che quell'uomo non ha capito granché del problema del Vuoto, e magari se fosse stato zitto, avrebbe permesso a tanti, me compresa, di fermarsi un attimo in silenzio, ad ascoltare la voce del sacro, che è muta, il più delle volte. Comunque, siamo rientrati perché mi volevano presentare Galatea, mi è sembrato surreale dirle il mio nome, e scambiare due parole con lei.
Ma, certo, non potevo immaginare quale sarebbe stata la vera scena surreale della serata. Dopo aver brindato a base di tequila, dopo aver doppiamente brindato, e senza nemmeno sbrodolarmi, timore di cui avevo reso partecipe un intero pub, avevo introiettato in me quelle giuste componenti che permettono di muoversi con fluidità persino nell’ambiente alienante di piazzetta San Rocco il sabato sera. Così, a un tipetto alto, dai riccioli biondi e pallanuotista nel corpo e nello spirito, ho detto che era preciso al cartone animato Hercules della Disney. Ma non è finita qua. Lui si è tirato appresso tutta la sua squadra, e la mia amica, che faceva da trait d’union (ridi, pazzerella?), ha pensato bene di presentarmi come un’esperta di letteratura cristiana, e mi ha invitato a chiarire a quale iconografia potevo associarli. E proprio io, che di solito evito di fare riferimenti culturali o pseudo tali, quando so che chi ascolta non potrà seguirli, ho detto a Hercules che rientrava nelle rappresentazioni angeliche stile Raffaello, a un altro che era preciso il San Sebastiano di Dresda di Antonello da Messina (ma veramente, era identico, stessa capigliatura!), alché l’ultimo, un moretto, si è sentito escluso, e voleva sapere pure lui, a chi assomigliava. La mia risposta? “Bhé, tu, se ti va bene, uno degli apostoli, ma io direi: Giuda Iscariota, stile Ultima Cena di Leonardo da Vinci”. Nel frattempo, quasi davanti a loro, dissertavamo sulle doti dell’uomo bello e stupido, mentre io mimavo platealmente il gesto dell’encefalogramma piatto. Ma i pallanuotisti, per nulla scalfiti, proponevano una sana fumata tutti insieme, ma con loro niente sympatheia, e così via, siamo scappate via ridendo, mentre passava la televisione e io volevo rilasciare un’intervista sul valore bacchico del tequila bum bum.
Chi l'avrebbe mai detto che, a fare 27 anni, mi sarei divertita tanto?
Gira il cappello di paglia sul soffitto bianco.

giovedì, maggio 11, 2006

Ridiamoci su















"Pensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui uno va da uno psichiatra e dice:

Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina.

E il dottore gli dice: E perché non lo fa internare?

E quello gli risponde: E poi a me le uova chi me le fa?

Credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna, e cioè che siano totalmente irrazionali...e pazzi...e assurdi...ma che vadano avanti perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova".

Woody Allen-Annie Hall (1977)

sabato, maggio 06, 2006

Ieri, a Sud di ogni Sud

Di mattina sono andata in libreria. Uno di quei posti in cui mi sento perfettamente a mio agio, conosciuto da bambina, la libreria Diana. Allora, non era così grande, c’erano solo il pianterreno e il sotterraneo, dove tenevano i libri scolastici e le collane per ragazzi. Ero convinta che un giorno sarei arrivata a leggerli tutti, i libri della libreria Diana. Il fatto non si è mai verificato, ma indubbiamente ero mossa da nobili propositi.
Ricordo il primo romanzo che comprai, di quella collana (rullo di tamburi):
Le piccole donne. Oggi, non rifarei lo stesso errore. Perché magari sei di quei tipi che si affezionano ai personaggi (ora come ora Arturo Bandini), e finisci per leggerti anche Le piccole donne crescono e I ragazzi di Jo, e così via, e magari qualcuna di loro (o peggio tutte) ti sta pure simpatica, e, non lo razionalizzi, ma cresci pensando che vuoi diventare come loro, una brava ragazza, che in questo mondo significa un’imbranata e, quel che è peggio, in futuro per te saranno cavoli.
Comunque, il primo motivo per cui mi trovavo là, era procurarmi uno squallido libro di test della SISS, sì, perché la famigeratissima SISS è stata riconfermata. Ho letto il decreto della Moratti, firmato ad Aprile. Ha un che di comico. Inizia con la citazione di tutta una serie di leggi e decreti: vista la legge n. , visto il decreto tot e giù con una ventina di richiami legislativi; e poi tra una riga e l’altra, sempre in forbito linguaggio giuridico, dice: visto che si deve pur dare un modo di abilitarsi a quelli che vogliono fare i professori nella scuola secondaria; morale: viene riconfermata per l’anno 2006/2007. Solo che mi sarei depressa ad uscire da là con solo quel malloppo nella busta, e mi sono consolata con un romanzo mitteleuropeo, Principesse di Eduard Von Keyserling e Una Storia Semplice di Sciascia.
Una volta uscita, mi sono messa a camminare. Non volevo tornare a casa. I pensieri oscillavano su pochi punti essenziali: chissà che fine avrei fatto, in che città avrei tentato il concorso, come sarebbe stata la vita della trapiantata fuori dalla Sicilia e da Siracusa. E’ vero che qui gli stimoli sono pochi, e si finisce per fare quasi sempre una vita abbastanza ordinaria, ma c’è il mare. E la bellezza dei posti e delle cose colma molte mancanze, anche se non copre tutti i vuoti. E siccome, quando si soffre, è bene arrivare fino in fondo, così poi si volta pagina, talvolta, cammina cammina, compro La Repubblica. Dentro, l’inserto consueto del giovedì, sui viaggi. In copertina una foto dell’Isola delle Correnti, con il rimando all’articolo: A sud di Siracusa, tra colori, sapori…Vedo subito che ci sono delle foto bellissime del Duomo. Mi piace molto come si intitola l’articolo: A Sud di ogni Sud. Già…si può non soffrire?

Si è fatto tardi, vado a letto, a leggere Lolita. Nabokov scrive divinamente. E bisognava pur equilibrare quelle lontane, piccole donne.