mercoledì, giugno 28, 2006

L'italiano non è l'italiano

[...] Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. "Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!".
"Tanti: e mi pesano" convenne il professore.
"Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell'aspetto".
"Lei sì" disse il professore con la solita franchezza.
"Questo maledetto lavoro...Ma perché mi dà del lei?".
"Come allora" disse il professore.
"Ma ormai...".
"No".
"Ma si ricorda di me?"
"Certo che mi ricordo".
"Posso permettermi di farle una domanda?...Poi gliene farò altre, di altra natura...Nei componimenti d'italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?".
"Perché aveva copiato da un autore più intelligente".
Il magistrato scoppiò a ridere. "L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica...".
"L'italiano non è l'italiano: è il ragionare" disse il professore. "Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto".
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

L. Sciascia, Una storia semplice

lunedì, giugno 26, 2006

Esilio?

Ancora non mi sono abituata all'idea che, alle ultime elezioni regionali, abbiamo bruciato ogni possibilità di cambiamento per i prossimi cinque anni. E davvero certe volte mi sembra di vivere in una terra senza possibilità di redenzione.
Ma se, in questo referendum, vince il sì, allora avrò finalmente compreso di vivere in una intera nazione devota al crollo.
Potrò solo scegliere di andare in esilio, a quel punto.

mercoledì, giugno 21, 2006

Tutto il dolore che c'è


Una spoglia distesa di dune di sabbia, un albero secco che si erge sulla scena. Una vecchia donna, che prima era regina, trascina incessantemente cadaveri, segnando di solchi ondulati il suolo, e li raccoglie a piedi dell’albero. Un ancella, lo stesso Odisseo, le danno notizie terribili, ma lei continua la sua azione, non smette di raccogliere i suoi caduti. E parla, ma non dialoga. Il suo dolore è totale, e non ci sono più parole da comunicare, ma solo da dire a sé stessi, il dolore di chi ha perso tutto, la città, gli affetti, non c’è più nulla che possa farla sentire al sicuro. Come quei vecchi, che, arrivati al limite della vita, fanno monologhi tra sé, a voce bassa, e sembrano non voler disturbare nessuno, in quel mondo in cui continuano a muoversi, ma che già sembra non gli appartenga più. È la follia della sofferenza assoluta, quella che non conosce confini, senza divinità che vengano in soccorso, senza grida, né lacrime, senza strade da percorrere. La strada, non conosco la strada per il mio viaggio. Curva, china sul suo bastone, le pongono un velo nero sul capo per piangere la morte dell’ultimo suo figlio, e lei oscilla, seduta su una vecchia valigia che sembra di cartone, come quelle della nostra gente che emigravava, all’inizio del secolo scorso. Avanti e indietro, avanti e indietro.
I mali che si assomano ai mali: perché Zeus non mi ha ucciso? Perché io, infelice, potessi vedere il male moltiplicarsi, ingigantirsi?

Ecuba. Per la prima volta, nel medesimo ciclo di rappresentazioni classiche, ho visto la stessa tragedia due volte. E penso che andrei a vederla ancora. La regia di Massimo Castri mi è sembrata pensata e originale, nella resa del testo; e anche se non mi piacciono le facili modernizzazioni, non stonavano i costumi ispirati alla prima guerra mondiale, con le donne vinte vestite degli stessi cappotti verdi dei vincitori, a ribadire la schiavitù degli oppressi, che già sono tutt’uno, pur non volendo, con chi li domina: quello che per i greci rappresentavava la guerra di Troia, per noi può essere raffigurato come la guerra assoluta, il primo conflitto mondiale.

Non è necessario che un’opera d’arte sia perfettamente attuale, perché sia bella. Ma il tono sommesso di Elisabetta Pozzi, quel suo parlare che sembrava non avere bisogno di ascoltatori, mi hanno fatto pensare al papà di quel ragazzo sardo morto in Iraq di recente, che alle domande del giornalista, rispondeva, con quella stessa intonazione silenziosa: “Voi lo sapete…lo sentite alla televisione…non c’è lavoro e lui aveva fatto quella scelta, …e noi ci eravamo affezionati a quella divisa. Non piango il soldato morto per la patria, piango il figlio. Bisogna portare via i nostri ragazzi dall’Iraq, non si può mandarli in una terra dove non c’è alcun rispetto per la vita umana”.
Che è quanto di più vero e toccante abbia mai sentito dire sulla presenza italiana in Iraq, capace di far collassare tanta roboante prosopopea politica sul valor di patria e sulla necessità della missione.

lunedì, giugno 05, 2006

Senza titolo

Stamattina ho aperto una vecchia agenda.
Mi sembra doveroso spiegare che non sono solita usare le agende per annotarvi impegni imminenti, e nemmeno per prendere appunti, come vedevo fare a lezione a qualche mio collega (sistema parecchio scomodo, a mio parere, meglio i quadernoni). Neanche come diari segreti degli anni post-adolescenziali.
Io le riempio di foglietti. In pratica, quando non voglio buttare una carta qualsiasi, la metto in un'agenda o dentro un libro che ho sottomano. Non è un metodo che denota grande ordine, quindi non è consigliabile ai pignoli o a chi sia in cerca di un assetto funzionale dell'universo. Ha però degli aspetti positivi, perché ognuno di quei pezzetti di carta che ti ritrovi in mano è come un contenitore di memoria messo da parte: è, sì, accantonato, ma appena lo prendi e lo rigiri tra le dita, ecco inaspettatamente riaffiorare luoghi, persone, stati d'animo.L'agenda in questione avrà almeno dieci anni, è foderata in finta pelle verde con un bordo di stoffa scozzese, davvero brutta insomma.
Dentro, ho trovato: qualche lettera scritta a mano e mai consegnata ai diretti interessati; il tagliando d'ingresso del Cenacolo Vinciano, che riuscii a vedere per gentilezza del ragazzo preposto alla biglietteria; il biglietto della prima partita di calcio che ho visto, Siracusa- Misterbianco, che riporta come dicitura "Ingresso al Ballo"; segnalibri, adesivi, un foglio inutile del BancoPosta; i testi con traduzione di "The Dark Side of the Moon", numeri di telefono senza il nome accanto. C'è anche una poesia, che un amico mi diede in una busta, una sera di settembre; ricordo la lessi da sola a casa. Credo abbia vinto anche un premio, ma non so dire di più. Da allora l'amicizia si interuppe. Non lo vedo, né lo sento, da anni. Ma non voglio tenere nel cassetto questa poesia, pertanto la pubblico, omettendo, per discrezione, il nome dell'autore. Non ha titolo.

Già di lu nomu si capisci
ca si na criatura singulari
ca propriu unni l'arfabetu si finisci
cuminci tu e l'autre si ponu luvari

Rici ca lu tou è nomu furisteru
e forsi è propriu chistu ca mi piaci assai
ca quannu lu prununciu assapuru lu misteru
di fimmini vilati e di profumi ca pinsatu n'avissi mai

Quannu poi ti viru o sentu la tu vuci
n'angilu do cielu sussurra a lu me cori
e pari c'assapuru na bivanna accussi aruci
ca lu me orgoglio picca picca mori.

E comu n'ciure stai supra na muntagna
e vardi sia la terra ca lu cielu
e quannu acchianu lu me umuri cagna
picchi' ti viru e nun mi pari veru.

E ti taliu e viru li to grazie
ca tu cummogghi cu sensu di puduri
forsi t'affrunti di li to billizze
ammentri iu arringraziu lu Signuri.

E ti taliu e ascutannu i to paroli
ca tu sussurri chianu chianu
pinsannu: "Chiddu ca stu ciuri voli
iave na gemma rintra a li so manu".

Anveci ora mi piaci 'mmaginari
ca sta ligennu stu puema nicareddu
e mentri leggi ti batti forti u cori
ca si spugghiata 'nnanzi u sintimentu.

E forsi è chistu nu mumentu 'ndà la vita
ca viri u munnu cu la so billizza
rapi lu cori è l'amuri ca t'anvita
ca do rumani nun avemu mai cirtizza.

Per amarlo era ormai troppo tardi. Tuttavia, c'era, in quelle parole, come lo studio attento di un pittore prima di fissare per sempre il suo quadro; alla penultima strofa alzai gli occhi, mi sembrava fosse lì a guardarmi, mentre leggevo il suo poema nicareddu.