Tutto il dolore che c'è

Una spoglia distesa di dune di sabbia, un albero secco che si erge sulla scena. Una vecchia donna, che prima era regina, trascina incessantemente cadaveri, segnando di solchi ondulati il suolo, e li raccoglie a piedi dell’albero. Un ancella, lo stesso Odisseo, le danno notizie terribili, ma lei continua la sua azione, non smette di raccogliere i suoi caduti. E parla, ma non dialoga. Il suo dolore è totale, e non ci sono più parole da comunicare, ma solo da dire a sé stessi, il dolore di chi ha perso tutto, la città, gli affetti, non c’è più nulla che possa farla sentire al sicuro. Come quei vecchi, che, arrivati al limite della vita, fanno monologhi tra sé, a voce bassa, e sembrano non voler disturbare nessuno, in quel mondo in cui continuano a muoversi, ma che già sembra non gli appartenga più. È la follia della sofferenza assoluta, quella che non conosce confini, senza divinità che vengano in soccorso, senza grida, né lacrime, senza strade da percorrere. La strada, non conosco la strada per il mio viaggio. Curva, china sul suo bastone, le pongono un velo nero sul capo per piangere la morte dell’ultimo suo figlio, e lei oscilla, seduta su una vecchia valigia che sembra di cartone, come quelle della nostra gente che emigravava, all’inizio del secolo scorso. Avanti e indietro, avanti e indietro.
I mali che si assomano ai mali: perché Zeus non mi ha ucciso? Perché io, infelice, potessi vedere il male moltiplicarsi, ingigantirsi?
Ecuba. Per la prima volta, nel medesimo ciclo di rappresentazioni classiche, ho visto la stessa tragedia due volte. E penso che andrei a vederla ancora. La regia di Massimo Castri mi è sembrata pensata e originale, nella resa del testo; e anche se non mi piacciono le facili modernizzazioni, non stonavano i costumi ispirati alla prima guerra mondiale, con le donne vinte vestite degli stessi cappotti verdi dei vincitori, a ribadire la schiavitù degli oppressi, che già sono tutt’uno, pur non volendo, con chi li domina: quello che per i greci rappresentavava la guerra di Troia, per noi può essere raffigurato come la guerra assoluta, il primo conflitto mondiale.
Non è necessario che un’opera d’arte sia perfettamente attuale, perché sia bella. Ma il tono sommesso di Elisabetta Pozzi, quel suo parlare che sembrava non avere bisogno di ascoltatori, mi hanno fatto pensare al papà di quel ragazzo sardo morto in Iraq di recente, che alle domande del giornalista, rispondeva, con quella stessa intonazione silenziosa: “Voi lo sapete…lo sentite alla televisione…non c’è lavoro e lui aveva fatto quella scelta, …e noi ci eravamo affezionati a quella divisa. Non piango il soldato morto per la patria, piango il figlio. Bisogna portare via i nostri ragazzi dall’Iraq, non si può mandarli in una terra dove non c’è alcun rispetto per la vita umana”.
Che è quanto di più vero e toccante abbia mai sentito dire sulla presenza italiana in Iraq, capace di far collassare tanta roboante prosopopea politica sul valor di patria e sulla necessità della missione.

3 Comments:
Forse quest'anno me le perdo, le rappresentazioni intento.
peccato, sarebbe la prima volta da quando son tornata a sr:-(
Se trovi il modo di vederne almeno una, io parteggio sempre per l'Ecuba. Merita davvero.
Best regards from NY! Incense cedar closet sauna lining zyrtec girl
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